Primo Piano

Robert Noyce, la nascita di Intel e quella profezia sui chip che oggi spiega Taiwan

Prologo: Direzione Ivrea

Una Autobianchi si fa strada attraverso il traffico di Milano. Alla guida un giovane e intraprendente ingegnere. Ha fretta: non può tardare, deve essere in aeroporto in orario. Lo aspettano ospiti importanti.
Puntuale li trova all’uscita degli arrivi: due uomini dall’aspetto distinto. Uno atletico, sorriso espressivo, quello che si direbbe un bell’uomo. L’altro meno alto, dall’aria rassicurante. Dopo i convenevoli, bagagli in macchina e si riparte, questa volta direzione Ivrea.

Qualche anno prima…

Agosto 1969, una domenica sera dopo il cinema. In un piccolo ufficio a pochi passi dal Duomo di Milano, poco più di una scrivania affittata. Sul tavolino, una lettera scritta in italiano: tradurla in inglese sarà compito della futura moglie del mittente. Il francobollo finisce applicato al contrario, una distrazione che costa una lite bonaria. Ma la lettera parte lo stesso, via aerea, e raggiunge Santa Clara, California. Resterà la prima traccia italiana nella storia di una delle aziende più influenti del Novecento: la Intel.

A scriverla era Ettore Accenti, ingegnere, pioniere dell’elettronica italiana, che di lì a poco sarebbe diventato uno dei primissimi distributori Intel in Europa. Ma soprattutto, uno dei pochi italiani ad aver conosciuto, frequentato e accompagnato in macchina lungo le strade di Milano e sulle Alpi quel personaggio che lui, con la semplicità di chi ha vissuto cose straordinarie, descrive così: “Era come stare di fronte al massimo al mondo. Un insieme di scienziato e imprenditore. Per i semiconduttori era un dio in terra.” Stava parlando di Robert Noyce

Dott. Robert Noyce. (Foto: Archivio personale Ing. Ettore Accenti)

Una storia che comincia dall’Iowa

Robert Norton Noyce nasce il 12 dicembre 1927 a Burlington, Iowa, terzo di quattro figli di un pastore congregazionalista. L’Iowa degli anni Trenta non è esattamente il posto dove si immagina il futuro della tecnologia mondiale. Eppure, proprio lì, tra rigidi inverni e campi di mais che prende forma un carattere insolito. Un ragazzo curioso, atletico, carismatico, con una propensione quasi fisica per l’impossibile.

A dodici anni costruisce un aliante con materiali di fortuna: bacchette di legno e lenzuola, impavido si trascina sul tetto di un fienile e si lancia. Non vola lontano. Ma quell’istante cristallizza tutto quello che verrà dopo.

Non si tratta di un episodio isolato: Bob costruisce anche due ricetrasmittenti rudimentali per comunicare con un amico da casa a casa, attività tecnicamente illegale senza licenza radio, dettaglio di cui non pare preoccuparsi molto. Fabbrica petardi in casa, tenta di trasformare la sua bicicletta, in una motocicletta, usando un vecchio motore di lavatrice. Gli album di casa si riempiono di progetti ritagliati dalla rivista: Popular Science.

A Grinnell, dove la famiglia si stabilisce definitivamente nel 1940, Bob lavora duro: porta i giornali all’alba, arrangia fiori da un fiorista locale, consegna pacchi per l’ufficio postale. Offre persino un contratto forfettario annuale come spalaneve per pulire i vialetti dei vicini dalla coltre bianca, sperando in inverni miti. Noyce, per tutta la vita, preferirà tentare l’improbabile piuttosto che affidarsi alla certezza.

Studia fisica al Grinnell College dove nuota anche per la squadra universitaria, non contento canta anche nel coro. Un aneddoto da manuale: nel 1948 prende in “prestito” un maiale per organizzare un luau universitario, una festa hawaiana, e rischia l’espulsione (episodio che ricorda molto il brillante tenente Nick Holden interpretato da Tony Curtis protagonista della celebre commedia classica Operazione Sottoveste n.d.r). Lo salva il suo mentore, il professor Grant Gale, che gli commuta la pena in una sospensione di un semestre, sarà il suo Deus ex machina. Noyce passa quel periodo a New York, lavorando in un ufficio assicurativo. Questo lungo periodo gli chiarisce una cosa: il tradizionale lavoro d’ufficio non fa per lui, mai.

È di nuovo il suo pigmalione ad indicargli la strada verso il futuro: uno dei primissimi transistor prodotti dai Bell Labs, dono diretto di John Bardeen (uno dei tre inventori del Transistor). Noyce lo guarda e capisce. Il futuro sta abbandonando il rame e l’acciaio. Il domani, si dirige verso i cristalli di silicio.

Primo edificio Intel: Archivio personale Ing. Ettore Accenti.

Il MIT, Shockley, e gli Otto Traditori

Un ragazzo di Stanford, Bud Wheelon, arrivato al MIT a 19 anni, un giorno prende un appuntamento con il professor Slater, figura austera e uomo che suscita timore, ma nonostante questo si fa forza e presentandosi in giacca e cravatta gli dice: “So che non sono affari miei, ma sono convinto che una delle due persone più intelligenti qui sia senza assistenza.” Slater lo congeda con un laconico “Hai ragione. Non sono affari tuoi.” Eppure, entro poche settimane, il dipartimento assegna a Noyce un Assegno di ricerca. Wheelon non dirà mai a Noyce cosa aveva fatto per lui.

Quella persona senza Borsa di ricerca, che viveva in ristrettezze e per il quale un coetaneo aveva rischiato un’umiliazione per difendere, era lo stesso che nel 1953 aveva ottenuto il dottorato al MIT con una tesi sugli stati superficiali dei semiconduttori, e che tutti impararono a chiamare: “Rapid Robert”, per quella velocità di ragionamento che lo aveva portato a creare un vero slang scientifico: “prendi la derivata di x” nella sua notazione abbreviata diventava: “Dee x”, allo scopo di comprimere il problema e accelerare la soluzione.

Nel 1956 cambia tutto, grazie a una telefonata di William Shockley, co-inventore del transistor e premio Nobel, lo vuole nella sua nuova azienda a Mountain View, California. “Era come ricevere una chiamata da Dio”, ricorderà Noyce. Insieme con la sua famiglia parte con una station wagon, direzione verso ovest. Nessuno sa ancora che ogni chilometro percorso è un chilometro in meno verso la creazione della Silicon Valley.

Ma lavorare con il futuro Premio Nobel non è tutto rose e fiori. Shokley è sì geniale ma diffidente, direttivo, incapace di ascoltare. Nel 1957 Noyce si mette a capo di un gruppo di ribelli: lui e altri sette scienziati, tra cui Gordon Moore (il padre della empirica Legge di Moore), si incontrano al Clift Hotel di San Francisco, firmano dieci banconote da un dollaro come patto di lealtà e fondano la Fairchild Semiconductor con l’appoggio finanziario di Arthur Rock. Saranno ricordati come “gli Otto Traditori”. Con 500 dollari di caparra, per Noyce e ognuno degli otto quei 500 dollari si riveleranno un investimento straordinario: nel 1968, quando i fondatori rivenderanno le loro quote, il ricavato di Noyce ammonterà a 250.000 dollari.

Alla Fairchild, Noyce compie il salto quantico. Mentre Jack Kilby alla Texas Instruments stava già lavorando al circuito integrato collegando componenti con fili esterni, Noyce ha un’intuizione di rara eleganza: grazie al processo planare di Jean Hoerni, capisce che i collegamenti possono essere stampati direttamente sul silicio, sopra uno strato di ossido protettivo (una patina protettiva isolante n.d.r). Non inventa solo un componente. Inventa il modo di produrlo in massa. È una rivoluzione.

Una lettera spedita dall’Italia con il francobollo al contrario

Torniamo a Milano, agosto 1969. Ettore Accenti ha una start-up appena nata, una scrivania in affitto, e ha letto su una rivista specializzata che Noyce e Moore hanno lasciato la Fairchild, di cui erano rispettivamente presidente e vicepresidente, nel pieno del successo, per fondare una nuova azienda nell’agosto del 1968: la Integrated Electronics, presto ribattezzata Intel.
Spedii subito una lettera”, racconta Accenti. “La scrissi in italiano e la tradusse mia moglie (dott.ssa Eva Accenti ndr)”. Era agosto, eravamo usciti dal cinema, la portai in quell’ufficio, lei pensava a tutt’altro. Poi il francobollo al contrario, le 100 lire per la posta aerea, e la lite. “Quella cosa me la ricorda ancora oggi.”

Tre o quattro mesi dopo, da Bruxelles, arriva una telefonata. È Jean Paulsen, primo dipendente Intel in Europa, incaricato di aprire uffici sul continente. Vuole incontrare Accenti a Milano.
Il problema: Accenti è militare, di stanza al quartiere generale dell’Aeronautica. Il giorno dell’appuntamento finisce praticamente in punizione per essere rientrato in ritardo la sera prima. “Ho dovuto fare i miracoli per uscire”, ci ricorda. “Fu un’avventura arrivare in ufficio.”

All’incontro, sapendo che una start-up da solo non avrebbe convinto nessuno, Accenti porta i padri di due compagni di scuola, industriali milanesi, e li fa accomodare intorno alla scrivania. Nessuno dei due parla inglese. Lui traduce, gestisce, fa la figura che due grandi industrie stiano dietro alla sua piccola azienda. “Mica vero!”, precisa ridendo.

Il risultato è paradossale: Paulsen, tornato in Belgio, riferisce agli americani di non aver mai incontrato in Europa qualcuno che conoscesse i semiconduttori come quell’italiano. Ma aggiunge: “Caro Accenti, lei potrebbe fare il professore, ma io cerco dei venditori, non persone a cui far prendere il premio Nobel.” La frase è precisa, Accenti la ricorda ancora dopo cinquant’anni.

Il finale è degno di un romanzo: Accenti risponde che non importa, lui i prodotti Intel li venderà comunque perché gli piacciono. Quella risposta, come la lettera, attraversa l’Atlantico arrivando fino a Santa Clara. Dall’America rispondono: “Dategli tre mesi di prova, vediamo cosa combina il ragazzo.” L’Ing. Accenti firma il contratto, quasi senza leggerlo. E a dicembre del 1969, probabilmente, vende la prima memoria Intel in Europa.

Noyce arriva in Italia: il pranzo con Olivetti

Siamo nel 1970, e Robert Noyce arriva in Italia in persona. Non è una visita commerciale ordinaria. Come testimonia l’Ing. Accenti, Noyce ha un legame antico con il nostro paese: era stato tra i tre azionisti della SGS, quella che oggi si chiama STMicroelectronics, fondata da Olivetti e Teletra, con la Fairchild che aveva ceduto le sue tecnologie sui transistori al silicio in cambio di un terzo del valore dell’azienda.
È Accenti a fargli da guida. In macchina, durante il tragitto, chiede direttamente a Noyce e a Moore il perché dell’abbandono della Fairchild proprio nel momento del successo. La risposta è chiara e precisa: “Mentre noi volevamo che l’azienda investisse in ricerca, gli altri soci volevano i soldi per costruire un nuovo grande quartier generale. Noi abbiamo preferito uscire.”

Accenti lo porta a Ivrea, al Palazzo Uffici, quartier generale dell’Olivetti. Lì Noyce viene invitato a pranzo da Roberto Olivetti, figlio di Adriano e nipote di Carlo. “Io non capii un centesimo di quella conversazione”, ammette Accenti, “ma ero lì, a fare da interprete tra l’italiano e l’inglese, ad ascoltare.

Al ritorno, in macchina, Noyce gli fa un’offerta: vuole comprare la sua piccola azienda, la Eledra 3S, e farne l’ufficio italiano della Intel. Accenti rifiuta. Aveva già due lettere di preassunzione riposte nel cassetto, dall’Enel appena nata e dalla Carlo Erba, ma aveva scelto la sua strada, la sua scrivania affittata con 500 mila lire di capitale. Restare indipendente, per lui, non era una strategia. Era un principio.

Noyce tornerà a proporgli di entrare in Intel altre due volte. L’ultima, nel 1975, si presentò con un biglietto da visita già stampato con scritto “Recent Intel.” Accenti rifiutò di nuovo. “Non abbiamo mai nemmeno discusso di soldi o di posizioni. Devo stare indipendente, punto.”

La Silicon Valley come la conosceva lui

Per capire Noyce, bisogna capire cosa fece alla Fairchild prima e alla Intel poi. Moore: chimico di formazione, metodico, tranquillo, l’opposto di Noyce in quasi tutto, teneva in mano le tecnologie. “Era un chimico e basta”, dice Accenti con affetto, e ci concede uno scoop! Uno dei padri dell’informatica “Non sapeva niente di elettronica. Ma conosceva perfettamente le tecniche chimiche per realizzare i semiconduttori.” Con Moore, Accenti scambiò gli auguri di Capodanno fino al 2021-2022. Prima della sua scomparsa.

Noyce invece era il marketing, il rapporto con i clienti, la visione. “Ipersportivo, sciava in maniera encomiabile, e io non ci stavo mica dietro, nonostante avessi dieci, quindici anni meno di lui. Pilotava l’aereo. Solo un grandissimo difetto: fumava come un turco. In macchina mi dava un po’ fastidio”, racconta Accenti. Morì nel giugno del 1990 a soli 62 anni, probabilmente per le conseguenze di una vita vissuta a velocità doppia.

A questo proposito vale la pena aggiungere un dettaglio che le biografie ufficiali di solito registrano come curiosità ma che in realtà è un ritratto: Noyce sciava le piste più difficili di Aspen, la “Face of Bell”, contrassegnata con doppi rombi neri e un cartello in rosso “Solo esperti”, pilotava un idrovolante Seabee sui laghi della California settentrionale, praticava deltaplano, parapendio, immersioni. La sua filosofia non distingueva tra rischio in laboratorio e rischio sulla neve: si trattava sempre di capire fin dove si poteva spingere.

Anche dentro Intel, quella filosofia aveva una forma precisa. Lo spazio di lavoro di Noyce era un ufficcio di piccole dimensioni, uguale a quello dell’ultimo assunto, il parcheggio era il primo posto libero che trovava la mattina, e se arrivava dopo le otto il suo nome finiva nella lista dei ritardatari come chiunque altro. Michael S. Malone,il primo a scrivere dell’industria dei semiconduttori quando Noyce ne era il cittadino più celebre, lo sintetizzò così: “Nella Silicon Valley, tutti volevamo lavorare per Dave Packard. Ma tutti volevamo essere Bob Noyce.” Chi scrive non sa se Noyce lo sapesse, che stava diventando un faro che avrebbe illuminato la strada verso il futuro. Ma sospetto di no. I fari non fumano in macchina.

Accenti li accompagnò entrambi durante le visite in Italia. Moore sulle piste a sciare. Noyce ovunque. “Quando andavo in America a trovarli”, ricorda, “avevano la segretaria in comune, l’ufficio in comune, due scrivanie affiancate.” “Così risparmiamo i soldi”, dicevano. “Poi sono andato a casa di Noyce: non era una casa, era un castello con un lago in cui pescavano le trote. Ma l’ufficio era modesto.

Archivio personale Ing. Ettore Accenti.

Il viaggio di nozze con Intel

Nel 1971 Accenti sposa la dott.ssa Eva. Sceglie agosto e dice: “l’unico mese in cui la mia azienda poteva fermarsi, visto che dipendenti erano tanti ma senza di me nessuno lavorava, essendo io solo” e il giorno viene scelto dalla moglie, sarà il 10 agosto, San Lorenzo, per le stelle cadenti segno di buon auspicio.

Il viaggio di nozze? Negli Stati Uniti, con tappa a Santa Clara. “Guarda caso”, dice lui con ironia meneghina. Si fermano in visita alla Intel due giorni, “lei rimase in albergo, con qualche commento a corredo” e poi Intel li fa prenotare a Monterey, nella zona di Seven Mile Drive (17-Mile Drive), il posto delle lune di miele dei ricchi americani. L’oceano Pacifico è gelido. Niente a che fare con la Sicilia dove erano abituati ad andare in vacanza.

Accenti chiama disperato, la segretaria di Noyce. Lei ride: “Ma perché non siete alle Hawaii?” In meno di un’ora riorganizza tutto. Il giorno dopo sono a Maui, su un bimotore da Honolulu. Spiaggia quasi deserta, agosto meraviglioso, la moglie che va a caccia di granchi sulla riva.

In camera trovano un vaso enorme di fiori con un biglietto. Le congratulazioni erano firmate da Robert Noyce e Mike Markkula (Markkula, il principale azionista di Apple Computer, tuttora vivente.) “Fu una cosa meravigliosa”, dice Accenti. “La prima parte della mia attività con Intel la definirei affettuosa. Non era business. Era affettuosa, nel vero senso della parola.

Dott.ssa Eva Accenti, omaggio floreale da parte di Robert Noyce e Mike Markkula

L’ultima volta che Accenti vide fisicamente Moore fu nel 1991, durante una visita alla nuova fabbrica antisismica di Intel a Santa Clara. Moore li accompagnò personalmente nei sotterranei a vedere le colonne di cemento armato con cuscini di gomma per assorbire i terremoti fino al nono grado della Scala Richter. Poi li invitò a pranzo alla caffetteria con tutti i dipendenti.

In quell’occasione, Moore indossava al polso il primo orologio al quarzo mai messo in commercio, prodotto dalla Intel nei primissimi anni Settanta. Fu un fallimento totale milioni di dollari persi. “Sbagliava solo trenta o cinquanta secondi all’anno”, ricorda Accenti. “Io andavo dai negozianti a dire che la Svizzera era morta. Nessuno lo voleva in vetrina.» Moore lo disse con la semplicità dei grandi: “Lo tengo al polso perché voglio ricordare ogni giorno l’errore che abbiamo fatto.” Probabilmente non era un fallimento, con il senno del poi era solo molto in anticipo sui tempi.

Dott. Gordon Moore & Ing. Ettore Accenti. Archivio personale Ing. Ettore Accenti.

Noyce, il Giappone e il protezionismo (Corsi e ricorsi della Storia)

Negli anni Ottanta, la Intel e l’intera industria americana dei semiconduttori entrarono in crisi di fronte alla concorrenza giapponese. Noyce lasciò la presidenza intorno all’ 83-84 per dedicarsi alla politica industriale: guidò SEMATECH, un consorzio finanziato in parte dal governo americano, che riuscì a ottenere da Reagan dazi (Corsi e ricorsi della storia) sul valore equo dei semiconduttori giapponesi. Erano al cento per cento, a volte di più.

In quegli anni Noyce aveva una visione precisa su cosa servisse davvero all’America: non solo leggi e dazi, ma cultura. “Voglio madri che dicano con orgoglio: Mio figlio, l’ingegnere di produzione”, diceva. Voleva rendere la manifattura un campo dinamico, persino glamour, per i giovani americani più brillanti. Era un messaggio che veniva da lontano, dallo stesso ragazzo dell’Iowa che aveva trasformato un motore di lavatrice e un aliante di legno nel sogno di costruire qualcosa di duraturo.

Ma il protezionismo, come Noyce non aveva calcolato, gioca brutti scherzi. Le aziende americane che producevano sistemi finali, computer, circuiti stampati, non potevano permettersi i componenti tassati e cominciarono a far assemblare le schede a Taiwan, Hong Kong, Thailandia. Lì nacquero i subfornitori. Lì, grazie all’esperienza degli ex manager della Texas Instruments, prese vita la TSMC. Lì, negli anni Novanta, chi sapeva fare gli assemblati imparò a fare anche il prodotto finito. E da lì nacque l’industria che oggi tiene in scacco mezzo mondo.

Il mercato è come l’acqua”, dice Accenti. “Se cerchi di fermarlo con una rete non ci riesci mai. Devi avere una diga, ma anche la diga si biforca.” Noyce, negli ultimi anni, lo aveva capito. Accenti lo aveva visto un po’ disperato nella seconda metà degli anni Ottanta, consapevole che le misure protezionistiche si erano ritorte contro tutto ciò che aveva cercato di costruire.

Il 3 giugno 1990

Quella mattina Noyce fece una nuotata nella piscina di casa sua ad Austin, Texas, dove si era trasferito per guidare SEMATECH. Poi ebbe un attacco cardiaco. Aveva 62 anni.

Accenti, che in quella stagione parlava con lui ad ogni visita americana e lo aveva incontrato pochi mesi prima, ricorda ancora il senso di quella perdita. Non solo personale. “Era Dio in terra per i semiconduttori”, ripete. E poi aggiunge, come se cercasse le parole giuste: “Un insieme di scienziato e imprenditore. Non ne ho mai visto un altro così.”

Il campus di Intel a Santa Clara porta ancora oggi il suo nome. Noyce Building. Un edificio antisismico, costruito per resistere. Come lui aveva cercato di fare con un intero settore industriale.

Quello che i libri di testo non raccontano

La storia ufficiale di Robert Noyce la conoscono in molti: l’Iowa, Shockley, gli Otto Traditori, il circuito integrato, la Intel, la Silicon Valley. Quello che i libri raramente raccontano è il tessuto, la trama umana che intorno a quella storia ha preso vita.

Un ingegnere italiano di vent’anni che manda una lettera a un’azienda che non esiste ancora e poi diventa, probabilmente, il primo a venderne i prodotti in Europa. Un pranzo a Ivrea con Roberto Olivetti, nipote di Adriano. Un viaggio di nozze riorganizzato in un’ora da una segretaria di Santa Clara. Fiori a Maui con la firma di Noyce. Un orologio al polso come promemoria di umiltà.

Sono questi, come i frammenti di specchi in una sfera stroboscopica, frammenti, custoditi nella memoria di Ettore Accenti, ingegnere, con una scrivania in affitto e 500 mila lire di capitale iniziale, a dare carne e voce a una figura che rischia altrimenti di diventare leggenda. E le leggende, si sa, non sbagliano mai. Non fumano in macchina. Non perdono milioni su un orologio.

Robert Noyce li sbagliava, i passi. Come tutti. Solo che i suoi passi sbagliati, scala a scala, hanno costruito il mondo in cui stiamo leggendo questo articolo.

C’è però un’ultima cosa che i libri di testo non raccontano abbastanza. Nel dicembre del 2000, a Stoccolma, Gordon Moore salì sul palco della cerimonia del premio Nobel per la Fisica. Il premio quell’anno andava a Jack Kilby, per l’invenzione del circuito integrato. Moore non era né premiato né candidato. Era lì per un altro motivo. “L’ho fatto per il mio amico”, spiegò a chi gli chiedeva. “Il Nobel per il circuito integrato sarebbe stato condiviso da Bob Noyce se fosse stato vivo. Ho pensato che dovessi venire, così che Bob avesse una presenza quando la sua invenzione è stata onorata.”

Rapid Robert non aveva bisogno di medaglie. Ma meritava almeno un amico fedele in sala.

Oggi, ogni volta che il mondo discute di chip, di Taiwan, di chi controllerà il silicio del futuro, sta discutendo esattamente di quello che Noyce aveva capito e non era riuscito a risolvere: che il mercato è come l’acqua, e che nessuna rete lo ferma. Glielo aveva detto Accenti, in macchina, sulle Alpi. Lui lo sapeva già.

A fine articolo permettetemi un ringraziamento speciale all’Ing. Ettore Accenti. Il quale, con profonda generosità, e senza risparmio di energie ha aperto il suo archivio personale e condiviso i suoi ricordi più preziosi, permettendomi di dare vita a questo articolo. Senza la sua disponibilità, questo viaggio nella memoria non sarebbe stato possibile: a lui va la mia più sincera gratitudine per aver messo un patrimonio così importante a disposizione di chi scrive e di tutti i lettori.

Nota dell’autore: La fonte di questo articolo è la testimonianza diretta dell’Ing. Ettore Accenti; materiali biografici su Robert Noyce.

Published by
Carlo Denza