-
L'Eretico del codice: rivoluzione da una stampante rotta
L'Eretico del codice: rivoluzione da una stampante rotta
Barba rabbinica, tonaca e sandali. Stallman si autodefinì "sull'orlo dell'autismo", cambiò il software per sempre. Nessuno lo aveva previsto
Sono diverse le figure della comunità scientifica che hanno contribuito in maniera fondamentale a traghettare la nostra civiltà dal vecchio mondo analogico all’attuale società dell’informazione (digitale). Tra queste personalità quella che occupa sicuramente un posto di rilievo nell’pantheon informatico è sicuramente Richard Stallman.
Richard Stallman è un programmatore statunitense, oggi settantatreenne. Nasce e cresce a New York e ha fatto parte del celebre laboratorio di intelligenza artificiale del MIT nel Massachusetts fino al gennaio del 1984. È proprio nel perimetro di questo laboratorio che si verifica l’evento destinato a dare una svolta al corso dell’informatica.
La Xerox aveva donato all’AI Lab (laboratorio di intelligenza artificiale) del MIT una stampante laser professionale di nuova generazione ma per una strana eterogenesi dei fini questa macchina si inceppava di continuo. Stallman conosceva il problema, sapeva come risolverlo avendo negli anni precedenti risolto problemi simili su altri dispositivi di stampa ma non aveva accesso al codice perché la Xerox distribuiva solo gli eseguibili, quindi, niente reverse engineering.
Una buona occasione gli si presentò quando seppe di un ricercatore che aveva lasciato la Xerox PARC per trasferirsi alla Carnegie Mellon University portando con sé il codice. Si reca quindi di persona per chiedergli del sorgente ma tutto si riduce in una breve e brutale conversazione: l’ex ricercatore aveva firmato un accordo di riservatezza con l’azienda e dunque rifiutò di concedergli il codice e qualunque altra cosa. Tempo dopo lo stesso Stallman dichiarerà: “Era la prima volta che m’imbattevo in una clausola di non divulgazione, e mi resi immediatamente conto come questi accordi producano delle vittime. In questo caso la vittima ero io.”
Stallman arrabbiato, andò via senz’aggiungere una parola. Un incontro, durato forse 30 secondi, divenne il punto di svolta della sua vita. Da quel giorno dichiarerà: ogni volta che colleghi del MIT mi offrivano lavoro in aziende che richiedevano un contratto di riservatezza, mi rifiutavo. Questo isolamento progressivo lo portò a definirsi, riprendendo Steven Levy “l’ultimo vero hacker”.
Questo è quanto basta per convincere il giovane Stallman che il codice proprietario non deve essere l’unica strada percorribile, anzi deve esserci un’alternativa valida e condivisibile ma per questo deve costruirla da zero.
Ma per capire meglio la portata di questa scelta bisogna fare un ulteriore passo indietro. Agli inizi degli anni Settanta nei Bell Labs, Ken Thompson e Dennis Ritchie stavano riscrivendo il codice di Unix donando al mondo un nuovo linguaggio di programmazione, il Linguaggio C. Questo rendeva Unix (riscritto in C) oltreché portabile su altre macchine, anche di più facile manutenzione, scelta che successivamente avrebbe permesso al progetto GNU, e più tardi a Linux, di poggiare su basi solide ma, in particolare, era la situazione accademica di quegli anni a renderlo un periodo particolare: Il clima accademico aperto, quello che Stallman vive al MIT, permetteva a ricercatori e università di scrivere e scambiarsi liberamente idee e software creato. Ma con il passare del tempo, questo clima andò via via ridimensionandosi e anche Unix avrebbe perso parte della sua apertura, diventando sempre più chiuso: codice a pagamento, licenze restrittive. Quella di Stallman fu quindi una reazione a queste increspature industriali e ad un contesto che andava cristallizzandosi verso sempre una maggiore chiusura.
Così nel gennaio del 1984 anziché schierarsi dalla parte di chi si batteva per il copyright per il software come aveva fatto Bill Gates pochi anni prima scrivendo la celebre: Lettera aperta agli hobbisti, Stallman si decise a compiere un gesto retrospettivamente rivoluzionario, lasciò il laboratorio del MIT per fondare un progetto nuovo, tutto suo. Nasce così il progetto GNU, dal quale nasceranno poi la Free Software Foundation e la licenza GPL.
Richard Matthew Stallman
Richard viene al mondo a New York nel 1953, figlio di Daniel Stallman e Alice Lippman. Il padre è un veterano della Seconda Guerra Mondiale che ha partecipato allo sbarco in Normandia: un uomo integro, ricorderà il figlio, ma anaffettivo. La madre insegna arte ed è un’attivista sindacale. Vivace e politicamente impegnata di orientamento progressista, l’esatto opposto del giovane Richard, all’epoca adolescente dalle idee conservatrici. Le loro opposte idee li porteranno spesso a quotidiani e furiosi scontri.
I genitori divorzieranno nel 1958, quando Richard ha solo cinque anni. Inizia così per il futuro informatico un periodo di pendolarismo tra l’appartamento della madre a Manhattan e la casa del padre nel Queens. Anni di incomprensioni che Stallman ricorderà sempre con tristezza.
Un introverso enfant prodige
Fin dall’infanzia si distingue per comportamenti inusuali: la madre, Alice Lippman, racconta due episodi in particolare. Da bambino, portato in spiaggia, iniziava a urlare ben prima di arrivare alla battigia, infastidito dal rumore della risacca; e piangeva ogni volta che la nonna, dai capelli rosso vivo, tentava di prenderlo in braccio, quasi infastidito dal colore stesso. Episodi che la madre, anni dopo, ricollegherà a certe caratteristiche dello spettro autistico.
Sviluppa presto un proprio metodo per orientarsi nel mondo: a 7 anni memorizza le mappe della metropolitana di New York stando al finestrino del primo vagone, e lancia modellini di razzi a Riverside Drive Park annotando i risultati di ogni lancio. Fu proprio in un periodo di lutto, a dieci anni, dopo la morte dei nonni paterni, che un istruttore di un corso estivo gli procurò un manuale dell’IBM 7094: Richard iniziò a scrivere programmi su carta, senza ancora avere una macchina su cui farli girare. Comportamenti che lo stesso Stallman stigmatizzerà in un’intervista al Toronto Star del 9 ottobre 2000 (firma di Judy Steed), nella quale si autodefinì: “Sull’orlo dell’autismo”
Gli studi
Altro comportamento che lo contraddistingueva dai suoi coetanei a scuola era la sua avversione per i compiti scritti che per anni aveva boicottato e sistematicamente eluso. Il suo ultimo tema risaliva alla quarta elementare. Mentre frequentava la Louis D. Brandeis High School, scuola presso cui si sarebbe diplomato, Richard frequentava il Columbia Science Honors Program, un corso riservato ai migliori studenti delle medie di New York e lavorava come assistente di laboratorio alla Rockefeller University, dove il direttore rimase talmente colpito dal suo talento da telefonare alla madre anni dopo per sapere come stesse, convinto che avrebbe avuto un grande futuro in biologia. Il suo primo vero programma lo scrisse in estate all’IBM New York Scientific Center: un preprocessore per il 7094 in linguaggio PL/I, poi riscritto interamente in assembler perché troppo grande per quella macchina. Andava ancora alle medie.
Mentre è all’università che ha inizio la sua leggenda grazie anche alla capacità di correggere i suoi professori mentre facevano lezione, cosa che gli attirò molte antipatie, nel 1974 ad Harvard consegue la laurea in fisica.
Dopo la laurea, entra a far parte del laboratorio di intelligenza artificiale del MIT (AI Lab), dove aveva già iniziato a lavorare nel 1971. In quel contesto la parola “hacker” non ha una valenza negativa, anzi, si riferiva a chi studiava e s’impegnava senza sosta per migliorare software e sistemi. Scrivere codice era solo un punto di partenza. La filosofia dell’AI Lab era semplice, dare e ricevere, tutto era improntato sulla condivisione e sul miglioramento del codice e chiunque poteva usarlo e migliorarlo restituendolo alla comunità scientifica con nuove aggiunte.
Il laboratorio, nei suoi anni d'oro, era per Stallman qualcosa di simile a una città viva: alcune sezioni si rinnovavano continuamente, altre restavano immutate al punto che si poteva riconoscere, dalla scrittura del codice, il lavoro dei programmatori degli anni Sessanta. Poi, nei primi anni Ottanta, quella città cominciò a svuotarsi. La Symbolics, una startup nata da una costola dello stesso MIT, si portò via i migliori programmatori a uno a uno, e tutti firmarono accordi di non divulgazione con l’azienda. Stallman restò. Solo.
Il rivoluzionario Ateo
Nonostante fosse figlio di madre ebrea, si dichiarava non credente. Ma era molto provocatorio anche nel professare il suo ateismo. Leggenda vuole che girasse con una spilla su cui era scritto “Processiamo Dio”. La logica era la seguente: se una divinità così potente avesse creato il mondo senza mai correggerne i problemi, avrebbe ragionato, forse più che adorarla, sarebbe stato il caso di processarla. Questa stessa provocazione negli anni prese forma di un piccolo monologo che recita ancora oggi, impersonando l’imputato.
La goccia che fa traboccare il vaso
Alcuni anni dopo l’evento della stampante laser, gli hacker del MIT sotto la guida di Richard Greenblatt avevano modificato e perfezionato la Lisp Machine, un computer dell’AI Labs creato da John McCarthy negli anni Cinquanta per il linguaggio Lisp. Agli inizi degli anni 80 questo progetto si divise in due rami diversi ognuno rappresentato da una diversa azienda. La Symbolics rappresentata da Russell Noftsker, ex amministratore del laboratorio, e la Lisp Machine Inc di Greenblatt. Le due aziende si contesero il personale dell’AI Lab: alcuni furono assunti come consulenti dalla Symbolics, il resto degli esperti (hacker) andò alla Lisp Machine Inc. L’unico degli esperti che decise di rimanere all’AI Lab fu Stallman che rimase a guardia della Lisp Machine dell’AI Lab.
Nel giorno del suo ventinovesimo compleanno ovvero il 16 marzo del 1982 la Symbolics ritira il suo accordo informale stipulato con il Laboratorio del MIT. L’accordo consisteva nel condividere le innovazioni e i miglioramenti del codice sviluppati dall’azienda per aggiornare il sistema operativo comune delle Lisp machine. Da quel giorno in poi se il MIT avesse voluto gli aggiornamenti avrebbe dovuto comprare macchine dalla Symbolics e interrompere ogni rapporto con la concorrenza. Stallman da hacker e genio qual’era reagì male all’ultimatum: descrisse il laboratorio come “un paese neutrale, come il Belgio” di fronte a un’invasione se la Germania attacca il Belgio, spiegò, il Belgio si schiera con Francia e Inghilterra. Un paragone che Stallman avrebbe ripetuto, quasi identico, anche in un’altra intervista rilasciata anni dopo al giornalista Michael Gross, segno di quanto quell’immagine gli fosse rimasta impressa.
Inizio della leggenda
Quel che accade dal 1982 entra a ragione nel leggendario, ogni volta che la Symbolics rilasciava una nuova funzione, un aggiornamento, Stallman lo riscriveva da zero per tenere sempre aggiornata la Lisp Machine del MIT e lo stesso laboratorio al passo coi tempi. Iniziò a sfidare, come si dice, a singolar tenzone, a colpi di tastiera e di codice i suoi migliori ex colleghi di laboratorio, passati alla concorrenza. Fu anche accusato di copiare il codice, ma per smentire le accuse smise anche di leggere il loro codice ricostruendo tutto da zero partendo solo dalla documentazione. Nonostante la tenacia e la preparazione, Stallman sapeva di non poter combattere all’infinito contro un’azienda e la maggior parte dei suoi ex colleghi, che lo ritenevano un romantico hacker anacronistico, passati tutti dal software di laboratorio al software di mercato. Si era convinto che non poteva essere più l’ultimo giapponese rimasto nella foresta a combattere a guerra finita, non aveva più senso.L'AI Lab era come una cucine di certi ristoranti storici: un po' malandata, un po' geniale, e impossibile da replicare altrove. Bisognava costruire qualcosa di nuovo e che nessuna azienda potesse ricomprare.
GNU non è Unix
Gennaio 1984. Per evitare che il MIT metta le mani sul suo codice e lo chiuda in un cassetto proprietario, Stallman taglia i ponti. Lascia l’università e lancia un’idea che ai molti suona semplicemente folle: scrivere un intero sistema operativo da zero, che sia compatibile con UNIX. Il nome scelto è tutto un programma: GNU (acronimo ricorsivo per GNU’s Not Unix). Le regole d’ingaggio? Nessun segreto. Il codice deve rimanere aperto, studiabile e modificabile. Sempre. C’era però un ostacolo di fondo. Per far girare un sistema Unix-like serve un compilatore C, e all’epoca di roba libera non c’era neanche l’ombra. Che fare? Semplice: scriversene uno. Nasce così la Free Software Foundation (FSF) per raccogliere donazioni, e nel 1987 spunta fuori la primissima versione di GCC. Un punto di non ritorno. Era il primo compilatore C portabile e ottimizzato nato completamente libero. Insieme all’editor Emacs e alle utility di base, GCC diventa il pilastro della futura informatica. E da allora non si è mai più fermato: ha inglobato il C++, ha visto nascere un ramo sperimentale pazzesco (EGCS) che ha riscritto le regole dell’ottimizzazione, fino a supportare Fortran, Java e Ada. Oggi la chiamano GNU Compiler Collection, ed è gestita da un comitato misto di accademici e industriali. E il kernel? Mettiamola così: nei piani originali doveva chiamarsi Alix (il nome della ragazza di Stallman all’epoca). Poi lo sviluppatore principale, Michael Bushnell, ci mise lo zampino e optò per HURD, declassando Alix a un semplice sottosistema interno. Poco dopo la coppia scoppiò, e di Alix rimase solo un vecchio appunto nei file di progetto. Curiosità logistica: prima di Internet, come si distribuiva questa mole di codice? Via posta. Man mano che i programmi diventavano stabili, Stallman masterizzava i nastri magnetici e li spediva a casa di chi li chiedeva, dietro un piccolo rimborso spese. In pratica, aveva appena inventato la prima attività di distribuzione software della storia senza nemmeno rendersene conto.
Copyleft
Nel 1989 Stallman formalizza la GNU General Public License sul principio del Copyleft. Scrivendo il suo codice software come codice legale. Crea un nuovo tecnicismo giuridico fondato sul capovolgimento del funzionamento del Copyright. Il Copyleft non è usato per limitare, restringere la libertà degli utenti, anzi serve a garantirla. Chiunque sia in possesso di un software sotto licenza GPL può liberamente copiarlo, modificarlo, ridistribuirlo senza nessuna restrizione ma con un unico obbligo: qualsiasi versione derivata deve restare sotto il dominio GPL, in modo da godere delle stesse libertà delle versioni precedenti.
L’ambiguità
Il progetto GNU nasce per promuovere la libertà e la cooperazione tra gli utenti di computer e tra i programmatori. Software libero non significa software gratuito. Con la parola Free il software va pensato come se si pensasse alla “Libertà di parola” e non a una “birra Gratis” ripete da sempre Stallman. Dunque, ci si riferisce alla libertà di chi usa quel programma.
Nel manifesto del software libero (GNU), sono elencate 4 libertà:
Libertà 0: Eseguire il programma per qualsiasi scopo. (Puoi usarlo come vuoi)
Libertà 1: Studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità. (entrare nel codice e modificarlo)
Libertà 2: Ridistribuire copie per aiutare il prossimo. (Fare copie e passarle agli altri)
Libertà 3: Migliorare il programma e distribuire i miglioramenti a beneficio della comunità. (Modificare il codice e passarlo agli altri)
Un software può essere distribuito gratuitamente ma non rispettare nessuna delle 4 libertà, come succede in molti casi di software proprietario distribuito senza costi. Al contrario del software libero che anche se venduto commercialmente chi lo acquista è obbligato a mantenere intatte queste 4 libertà.
Sant’IGNUcius il suo Alter Ego giocoso
Da anni Richard Stallman presenta conferenze dove divulga il verbo del software libero. E in particolare modo chiunque usi il termine “open source” al posto di “free software” viene subito richiamato all’ordine. Leggenda narra che in una conferenza, mentre veniva presentato da un docente di una famosa università statunitense come esperto di open source, Stallman balzò in piedi precisando che lui si occupava di software libero e non di altri movimenti.
Ma a queste conferenze non mancano ironia e momenti iconici. A un certo punto della serata tira fuori da una busta un vecchio disco magnetico e se lo mette in testa: la luce dei riflettori lo trasforma in un’aureola perfetta. Indossa poi una tonaca nera e si presenta al pubblico come “San IGNUcius della Chiesa di Emacs”, alzando la mano destra in un gesto di benedizione scherzosa: “Benedico il tuo computer, figlio mio”. Lo stesso Stallman racconta sul proprio sito di aver ideato il personaggio nel 1996, come modo per “prendersi gioco di sé stesso” senza prendersi troppo sul serio. Stallman è anche conosciuto per la sua avversione alla stupidità e alle cerimonie, è risaputo che se qualcuno fa qualcosa di stupido non esita a rinfacciarglielo.
Il trionfo silenzioso
Torniamo ai primi anni Novanta. Il sistema GNU ha quasi tutti i pezzi al loro posto, ma gli manca un cuore pulsante. Il kernel HURD è in ritardo cronico. A togliere le castagne dal fuoco ci pensa, nel 1991, un giovane studente finlandese: Linus Torvalds. Sforna il kernel Linux e, nel 1992, decide di pubblicarlo sotto la licenza GPL di Stallman: da lì succede l’imprevedibile. L’unione degli attrezzi di GNU con il motore di Torvalds fa nascere il sistema GNU/Linux. Quello che era partito come un mix tra idealismo radicale e l’hobby di un universitario, oggi tiene letteralmente in piedi il mondo digitale. Non ci credete? Guardatevi attorno. I 500 supercomputer più potenti della Terra usano Linux. I server di Hollywood che renderizzano gli effetti speciali? Linux. Perfino l’elicotterino Ingenuity della NASA, che ha svolazzato su Marte, ha dentro un’anima Linux. E poi, ovviamente, c’è Android. Nel 2005 Google si compra l’omonima startup, infilando di fatto un derivato di Linux nelle tasche di oltre tre miliardi di esseri umani. Ed è qui che si consuma il cortocircuito finale, la firma del vero hacker. A fronte di questo trionfo planetario del suo software, oggi Stallman si rifiuta di toccare uno smartphone. Per lui non sono altro che dispositivi di sorveglianza di massa da portare a passeggio, macchine pensate per tracciare la gente tramite software chiuso.
E nel 2026?
A gennaio 2026 Stallman era ad Atlanta, al Georgia Institute of Technology. Cinquanta minuti di conferenza, poi un’ora e mezza di domande. Stesso copione di sempre tranne il nemico, che stavolta ha un nome nuovo. L’intelligenza artificiale. O meglio: la “Pretend Intelligence”. Perché chiamarla “intelligente”, ragiona lui, è già cedere terreno. È comprare la réclame. È convincersi che queste macchine capiscano qualcosa mentre generano testo e basta, senza sapere cosa significa. Nel medesimo intervento ha allargato il tiro: auto connesse, backdoor nei processori, dispositivi che il produttore può spegnere da remoto con un aggiornamento. Roba che conosce bene. La logica è identica a quella della stampante Xerox: qualcuno, da qualche parte, tiene le chiavi di casa tua. Tu pensi di possedere qualcosa. Non è così. La differenza tra il 1982 e il 2026? La scala. E il fatto che adesso ci si casca in tre miliardi.
Vintage
C’è chi, come chi vi scrive, ricorda ancora l’odore dei laboratori informatici universitari: ventole che ronzavano a tutte le ore, e un prompt che aspettava paziente il comando gcc. Per intere generazioni di matricole, imparare il C non significava aprire un ambiente di sviluppo blasonato, ma aprire un editor spartano e invocare quel compilatore nato nel 1987 dalle mani e dalla testardaggine di Richard Stallman: il primo compilatore ANSI C ottimizzante e portabile distribuito come software libero, capace persino di ricompilare sé stesso.
Il C, si diceva nei corsi, dava accesso diretto alla memoria della macchina. Un privilegio che si pagava a caro prezzo, come in uno dei tanti casi capitati al chi scrive e ai suoi colleghi di corso che, a ricevimento dal professore, si scontravano con il prodotto tra una matrice e un vettore a colpi di segmentation fault e di notti passate a inseguire un puntatore impazzito con gdb.
Ma proprio in quella fragilità, in quel dover capire davvero cosa succedesse sotto il cofano, si nascondeva il fascino: GCC non nascondeva nulla, e nemmeno pretendeva di farlo. Era la prova tangibile che un’idea nata nel 1984 dal progetto GNU la libertà di usare, studiare, modificare e condividere il software potesse reggere il confronto, e spesso vincerlo, con i compilatori commerciali del tempo. Ogni errore di compilazione portava con sé quella strana familiarità con una macchina che sembrava, in fondo, condividere gli stessi principi di chi l’aveva creata.
Anni dopo, Richard Stallman fu ospite d’onore in un congresso organizzato a Napoli dall’Università Federico II: un evento al quale il sottoscritto non ebbe il tempo di partecipare. Con grande, grandissimo rammarico.
Fonti:
Sam Williams e Richard M. Stallman, Free as in Freedom 2.0: Richard Stallman and the Free Software Revolution (Free Software Foundation, 2010), distribuito sotto licenza GNU Free Documentation License. Capitolo 3: oreilly.com/openbook/freedom/ch03.html — Capitolo 7: oreilly.com/openbook/freedom/ch07.html
Michael Gross, “Richard Stallman: High School Misfit, Symbol of Free Software, MacArthur-Certified Genius”: mgross.com/books/my-generation/my-generation-bonus-chapters/richard-stallman-high-school-misfit-symbol-of-free-software-macarthur-certified-genius/
Richard Stallman, “Saint IGNUcius”, pagina ufficiale dell’autore: stallman.org/saint.html — foto e video, categoria “Saint IGNUcius” su Wikimedia Commons (licenze CC-BY / CC-BY-SA): commons.wikimedia.org/wiki/Category:Saint_IGNUcius
Judy Steed, Toronto Star, sezione Business, 9 ottobre 2000, p. C03 (per la citazione 'sull'orlo dell'autismo')." manca la precisazione concordata: "Articolo cartaceo, non disponibile in archivio digitale libero. Riferimento bibliografico verificato in: Sam Williams, Free as in Freedom, cap. 3, nota 3.
Wikipedia, voce “Richard Stallman” (riferimento pubblico aggiuntivo per il dettaglio del manuale IBM 7094): en.wikipedia.org/wiki/Richard_Stallman
Copertura giornalistica indipendente del discorso di Stallman al Georgia Institute of Technology, 23 gennaio 2026, tra cui Slashdot, Hardware Upgrade e Rivista AI.